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C’era una volta l’ Afghanistan


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Adesso - epaper ⋅ Ausgabe 13/2021 vom 27.10.2021

AUF S. 64 VERSION A2

INTERVISTA

L’ho conosciuta per caso. Hamdam Malek dirige nel mio quartiere a Roma una bella scuola dove insegna danza classica, è adorata dalle bambine e offre anche corsi per adulti. Simpatica, capelli lunghi e rossi, occhi bistrati, un giorno mi ha raccontato di essere la nipote dell’ultimo re dell’Afghanistan, Amanullah Khan (1892-1960), e della regina Soraya Tarzi (1899-1968). Di solito non lo dice a nessuno, si è stupita da sola di avermi rivelato il suo piccolo segreto, pentendosi forse anche un po’. Per me invece è stato un regalo, perché il suo racconto mi ha aperto nuove prospettive su un paese che avevo bollato come arretrato e arcaico. L’Afghanistan ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1919 ei nonni di Hamdam Malek avviarono un processo di modernizzazione del paese che in Occidente, a quei tempi, potevamo solo sognarci. In dieci anni di regno abolirono la ...

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Bildquelle: Adesso, Ausgabe 13/2021

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... poligamia, la schiavitù ei matrimoni fra uomini anziani e spose bambine. Nel 1919, molto prima che in Italia, venne introdotto addirittura il suffragio universale. E, con mezzo secolo di anticipo rispetto all’Italia, le donne afgane ottennero anche il diritto di chiedere il divorzio. Durante il suo regno, la regina Soraya diventò una delle donne più influenti del mondo. Da ministra per l’educazione e l’istruzione impose l’obbligo scolastico fino alla quinta elementare per maschi e femmine e già nel 1921 aprì la prima scuola per bambine. Durante un discorso pubblico in cui il marito invitava le donne a non indossare hijab, niqab o burqa, si tolse il velo e pronunciò un discorso veemente rivolgendosi ai politici e ai capi religiosi del suo paese. Era il 1928. L’anno dopo il re abdicò.

Quando sei arrivata in Italia?

Sono venuta in Italia dopo che i miei genitori si sono separati, nel 1959. Io parlavo persiano perché mia mamma aveva sposato un principe persiano ed era andata a vivere con lui in Iran. Ho imparato l’italiano alla scuola pubblica, dove mi hanno iscritto. Quando mio nonno è stato deposto, nel 1929, era stato invitato dal re del Portogallo, dal re dell’Arabia Saudita e da Vittorio Emanuele III. Naturalmente ha scelto l’Italia, ha preso una bellissima casa a Prati e, dopo la separazione, io, mia mamma e mia sorella Soraya abbiamo vissuto con i nonni.

Ma alle amiche non raccontavi chi eri?

No, mai! Anche se alcune compagne delle elementari lo sapevano, perché abitavo proprio di fronte alla scuola ed era noto che quella era la residenza del re. Era una casa bellissima, con un grande giardino e un nespolo sul quale mi arrampicavo per mangiare le nespole acerbe, buonissime, e c’era un lago con i pesci rossi. Oggi è la sede dell’ambasciata nigeriana.

La tua famiglia come ha accolto il tuo desiderio di diventare ballerina?

Quando avevo sei anni lo dissi a mia mamma e lei si preoccupò molto. Invece mia nonna si rallegrò moltissimo, mi disse che era meraviglioso e scelse per me la migliore scuola di danza classica di Roma. Fu così che a sei anni entrai all’Accademia di Jia Ruskaja all’Aventino. Per mia nonna era fondamentale che noi studiassimo, ma eravamo liberi di studiare ciò che volevamo. Desiderava che ognuno si esprimesse al massimo.

Che rapporti avevi con i tuoi nonni?

Mio nonno l’ho visto poco, perché si ammalò e morì in Svizzera. Ma il mio rapporto con la nonna è stato intenso, anche se da noi i modi erano molto rispettosi, come si usa in Oriente, molto complimentosi. Noi non la chiamavamo mai nonna, ma regina, oppure Bibi che vuol dire “moglie del re”, e le davamo del voi. Quando morì, io avevo 11 anni e fu un grande dolore per me e per mia sorella. Lei mi ha insegnato a essere aperta, ad avere ampie vedute delle cose ea tollerare tutto e tutti. Non c’è una persona di razza, colore, religione, credo politico che io non voglia ascoltare, perché così sono stata educata.

Sei mai stata in Afghanistan?

No. Quando sarei potuta andare, studiavo danza e non potevo smettere di ballare. Poi sono venuti i russi, poi i talebani ed è stato impossibile. Oggi mi chiedo, in questi 20 anni di dominio sull’Afghanistan da parte di forze armate straniere, soprattutto americane, cosa sia stato fatto di buono. Cosa è rimasto di questa presenza che avrebbe dovuto dare una svolta alla storia dell’Afghanistan? Nulla. E la cosa che più mi fa pensare alla malafede è il fatto che gli americani sono andati via lasciando le armi ai talebani, li hanno lasciati ancora più potenti di prima.

Ti sei mai impegnata per il tuo paese lontano?

Sì, alla mia maniera. Ho dato il ricavato dei miei spettacoli all’associazione Aidos, per pagare la scuola alle bambine di Peshawar. Seguo sempre le vicende attraverso Internet ei telegiornali, perché di parenti lì non ne abbiamo più. E ho fatto una coreografia di una donna afghana che interpreta una madre, una figlia, una guerriera, e simboleggia l’attuale situazione disperata del paese. Mia sorella Soraya, invece, ha fondato la Soraya d’Afghanistan Foundation, che io sostengo. La fondazione si occupa di promuovere il lavoro e la dignità delle donne afghane, valorizzando il patrimonio di saperi tradizionali artigianali tipici dell’Afghanistan.

Ti chiedono aiuto?

Qualche volta. Tempo fa venne a Roma la giornalista afghana che fu la prima a bruciare il burqa nella piazza di Kabul, accompagnata dalla mamma e dal fratello. E la prima cosa che ho fatto, l’ho portata al mare, perché in Afghanistan il mare non c’è. Quando ho cucinato per loro è stata una sorpresa, perché conoscevo le ricette che mi aveva tramandato la mia famiglia. Pietanze antiche che avevo imparato dalla cuoca della mia famiglia, a base di pollo e curcuma, melanzane fritte e riso pilaf e che nel frattempo erano scomparse. Ora si dice che il piatto tradizionale afghano sia il kabuli e invece il piatto nazionale era il pilaf, che accompagnava carne di montone. Era condito con lo zafferano, che simboleggiava “l’oro”, il verde del pistacchio, simbolo di “speranza”, e tante altre spezie. Pensate che durante il periodo dei talebani la povertà era tale che la gente sbucciava i pinoli e con la pellicina che li ricopre faceva il tè. Certo che si era dimenticata del pilaf!

SCHERZI A PARTE

DI SILVIA ZICHE

MEDIO

come sarebbe a dire...? , was soll das heißen, dass...?