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Eugenio* Scalfari l’uomo senza padroni


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Adesso - epaper ⋅ Ausgabe 11/2022 vom 21.09.2022

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Bildquelle: Adesso, Ausgabe 11/2022

MEDIO

La barba folta e bianca. Gli occhiali tondi con la montatura in metallo. L’immagine che agli italiani viene in mente quando pensano a Eugenio Scalfari è questa. Economista, giornalista, imprenditore, grande innovatore… lo si può descrivere in tanti modi. Amato e odiato, forse poco noto all’estero, è un personaggio che ha cambiato il modo di fare editoria in Italia, segnando profondamente gli ultimi decenni della nostra storia. In occasione della sua scomparsa, avvenuta il 14 luglio 2022 all’età di 98 anni, vogliamo presentarvelo.

Fascismo e antifascismo

“Qui si dice che sono stato fascista, monarchico, socialista, azionista, comunista... E il bello è che è tutto vero”. Eugenio Scalfari amava parlare di sé così, durante le interviste. Effettivamente, nella sua lunga vita, è stato un po’ di tutto. Nato a Civitavecchia nel 1924, dopo qualche anno trascorso a Roma il giovane ...

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... Eugenio, nel 1938, si trasferisce con la famiglia a Sanremo, dove il padre ha ricevuto l’incarico di dirigere il casinò. In Liguria frequenta il Liceo Cassini, dove fra i suoi compagni di classe c’è [uno Nasce così un’amicizia che andrà avanti per moltissimi anni e sarà alla base della collaborazione di Calvino con il quotidiano che Scalfari fonderà molti anni dopo, nel 1976. Per il momento, tornato a Roma per frequentare la facoltà di Giurisprudenza, entra nel e inizia a collaborare con il giornale l’organo di informazione del Guf. Non dura a lungo: nel 1943 Scalfari parla in un articolo di certe su alcuni terreni dell’area destinata a ospitare l’Esposizione Universale di Roma e indica come responsabile un gruppo di gerarchi fascisti. Viene convocato dal vicesegretario del partito, Carlo Scorza, che lo espelle, strappandogli dalla divisa le mostrine, simbolo del Guf. “Io ho smesso di essere fascista solo quando fui E devo dire che ne ebbi un grande dispiacere. Fu un dolore inferto alla mia giovinezza vedermi strappare le stellette dalle spalline, una sconfitta che generò in me una Da quel momento, però, Scalfari diventa e tale rimane anche negli anni a venire.

UIl coraggio di denunciare

Dopo la guerra, Scalfari collabora con due dei più importanti giornali degli anni Cinquanta in Italia, molto diversi l’uno dall’altro: L’Europeo, fondato nel 1947 e diretto da Arrigo Benedetti, pubblica grandi storie di cronaca e inchieste; Il Mondo, fondato nel 1949 e diretto da Mario Pannunzio, punta sulla politica e la cultura. Scalfari scrive di economia, ma più che occuparsi della situazione finanziaria del paese o delle leggi di bilancio, si dedica a temi scottanti e tocca gli interessi di alcune grandi aziende, anche di quella per cui lavora. Già, perché Scalfari nel 1950 si è trasferito a Milano ed è stato assunto alla Banca nazionale del lavoro come direttore dell’ufficio estero. Il Mondo pubblica a sua firma un articolo che racconta di una truffa ai danni dello stato realizzata attraverso una compravendita di grano e di riso. A organizzarla sono stati la Federconsorzi (la Federazione italiana dei consorzi agrari), l’Ente nazionale Risi (istituzione che tutela il settore risicolo) e alcuni politici italiani legati alla Dc: “Descrissi con molti dettagli ciò che allora mi parve giusto denunciare”, racconterà a posteriori. Quell’articolo, però, suscita un terremoto alla Banca nazionale del lavoro. Tra i suoi maggiori clienti c’è proprio la Federconsorzi, che minaccia di andarsene se Scalfari non viene licenziato. Scalfari perde così il lavoro.

Politica: istinto e passione

Accanto all’economia, Scalfari ha un’altra passione: la politica. Organizza convegni, ne discute nelle interviste, analizza avvenimenti e personaggi. Non solo scrive, ma è molto attivo e da uomo senza padroni, come ha sempre amato definirsi, non si iscrive a nessun partito. Nel 1955 partecipa con Marco Pannella alla fondazione del Partito radicale. Non ne diventa membro, ma negli anni non smetterà mai di sostenerne le battaglie, come quelle sull’aborto e sul divorzio. Si sente affine al Partito socialista, ma diventa molto critico quando viene eletto segretario Bettino Craxi. Apprezza Ciriaco De Mita, segretario della Democrazia cristiana, ma non vede di buon occhio il partito di cui è leader. Insomma, a guidarlo sono la passione e l’istinto per le persone, non tanto l’adesione a un programma politico. Nel 1968 decide di candidarsi con il Partito socialista come indipendente. Eletto deputato, resterà in carica per una sola legislatura, definendo quel periodo come “il più noioso” della sua vita. Del resto, alla base della decisione di candidarsi c’è una questione di convenienza, più che di passione, e per comprenderla bisogna fare un passo indietro.

Giornalista libero

Durante la collaborazione con L’Europeo, era cresciuta in Scalfari la voglia di fondare un quotidiano tutto suo. Ne aveva parlato con Arrigo Benedetti, trovando in lui un alleato. “Avevamo le idee chiare su come doveva essere il nostro quotidiano. Dovevamo trasportare la grafica e il modo di scrivere del settimanale nel quotidiano”, questa l’idea. Mancava solo un finanziatore, che Scalfari e Benedetti identificano in Adriano Olivetti, uno degli industriali più innovativi e visionari dell’epoca. Olivetti si innamora del progetto, ma davanti alle previsioni dei costi si accorge di non avere i soldi per sostenere un quotidiano. Al massimo si può fare un settimanale: nasce così L’Espresso. Il primo numero esce il 2 ottobre 1955 ed è subito un grande successo. Vende 70.000 copie di media e lo fa a suon di inchieste. Fra le indagini più celebri ci sono quelle sulla speculazione edilizia a Roma, sulle finanze del Vaticano e sulla “pista nera” della strage di Piazza Fontana. Il settimanale pubblica foto che nessun altro giornale osa mettere in prima pagina, come le spogliarelliste dei locali in cui i romani fanno festa. Colpisce in faccia i benpensanti, che frequentano quei locali, ma sono i primi a criticarli. Sa parlare ai giovani e riesce a conquistare una fetta di pubblico fino a quel momento poco interessata ai settimanali. L’inchiesta più importante ha la firma di Scalfari, a quattro mani con il giornalista Lino Jannuzzi, e racconta il tentativo di colpo di stato noto come “il piano Solo”. Vengono citati nomi eccellenti, fra cui Giovanni de Lorenzo, comandante dell’Arma dei Carabinieri, che non ci pensa due volte e li querela entrambi. Il processo si conclude con due condanne: Scalfari a 15 mesi di carcere e Jannuzzi a 14. Entrambi si salvano solo grazie all’immunità parlamentare. Già, ecco cosa ha spinto Scalfari (e come lui Jannuzzi) a candidarsi per il Partito socialista: evitare la prigione!

Novità e intuito: il suo quotidiano

Il successo ottenuto con L’Espresso non appaga Scalfari, che vuole un quotidiano tutto suo. La svolta arriva quando Olivetti, stanco dei continui problemi giudiziari causati dalle inchieste pubblicate sul settimanale, decide di cedere gran parte delle quote a Carlo Caracciolo, nobile napoletano cognato di Gianni Agnelli. Scalfari e Caracciolo sono sulla stessa lunghezza d’onda e prende sempre più corpo l’idea del quotidiano. Alla ricerca di alleati, ne trovano uno in Giorgio Mondadori, presidente dell’omonimo gruppo editoriale. È proprio nella sua villa di Sommacampagna, vicino a Verona, che nel 1975 viene firmato l’atto di costituzione della joint venture tra il gruppo editoriale L’Espresso e la Mondadori. È il primo passo verso la nascita del nuovo quotidiano, che viene chiamato la Repubblica. Qualche mese dopo, la notte del 13 gennaio 1976, viene stampato il primo numero: 300.000 copie, tutte vendute.

È una vera novità nel panorama editoriale italiano. Il quotidiano è dichiaratamente di sinistra, ma pronto a criticare tutto e tutti perché non è condizionato da nessuno. “Siamo noi i padroni di noi stessi”, amava dire Scalfari, che dal primo numero si firma come direttore e fondatore. In redazione lavorano giovani e grandi firme, tra cui Sandro Viola, Giorgio Forattini, Natalia Aspesi, Miriam Mafai, Corrado Augias, Giorgio Bocca. A dare la scossa ai lettori italiani, oltre a un linguaggio nuovo, più battagliero e diretto, sono le scelte grafiche. I titoli sono in caratteri bodoniani, con le grazie, una novità rispetto ai caratteri a bastoni usati dal resto della stampa italiana. Sono titoli più corti perché scritti in corpo più grande; devono colpire, essere accattivanti e spesso ricorrono a giochi di parole e aslogan. Cambia anche il formato e questa è, forse, l’intuizione più grande di Scalfari. Si sceglie il formato berlinese (47 x 31,5 cm), più piccolo e compatto rispetto al formato lenzuolo (74,9 x 59,7 cm) utilizzato dalla maggior parte dei quotidiani del tempo. È nuovo anche il pubblico a cui la Repubblica si rivolge: giovani, donne, comunisti che non si ritrovano nell’organo di partito, il giornale l’Unità, e atutti quelli che hanno idee di sinistra, ma non si identificano con il Partito comunista. Insomma, la Repubblica dà una scossa al mondo editoriale italiano e si afferma come il secondo quotidiano più venduto in Italia, dopo il Corriere della Sera.

Negli anni, i due quotidiani si sorpasseranno diverse volte.

Il 2 maggio 1996, a 20 anni dalla fondazione, Eugenio Scalfari lascia la direzione, rimanendo comunque attivo all’interno del quotidiano, nel quale scrive, consiglia, sgrida. Il 14 gennaio 1997 inaugura repubblica.it, la versione online (primo caso in Italia), che ha voluto fortemente. Insomma, un innovatore dall’inizio alla fine.