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MANTOVA CHE FAVOLA!


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Adesso - epaper ⋅ Ausgabe 14/2022 vom 23.11.2022

VIAGGI

AUF S. 64 VERSION A2

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Bildquelle: Adesso, Ausgabe 14/2022

Il fiume Mincio attraversa la città. Sullo sfondo si riconoscono la basilica di Sant?Andrea e Castel San Giorgio.

B etta,la mia amica giudice, non vede l’ora che arrivino i primi di settembre per andare al Festival della letteratura di Mantova. È l’occasione per godersi qualche giorno tutto per sé, dopo i lunghi mesi trascorsi a Roma fra traffico, scartoffie, tribunali e casi difficili da risolvere. Le piace ascoltare i maggiori scrittori del mondo descrivere con entusiasmo i loro libri e poi, magari, avere il privilegio di incontrarli al Caffè Mirò di Piazza Mantegna, o nei ristoranti che si affacciano sulla centrale Piazza delle Erbe: “Io, – dice la mia amica, – faccio finta di ammirare la bellissima Torre dell’Orologio che segna i cicli lunari, ma cerco di origliare i loro dialoghi”.

Così Betta, ogni anno, prenota poco fuori città un bed and breakfast che le mette ...

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... a disposizione anche una bicicletta. Quando arriva, giusto il tempo di sistemare le sue cose nella stanza e via, inforca la bicicletta e corre in città. “Appena imbocco il ponte che attraversa il mi basta la veduta a farmi sentire felice!” afferma. “Da quel punto la città rinascimentale sembra emergere dalle acque come un miraggio, come una visione! In particolar modo di primo mattino, quando è avvolta in una nebbia leggera”.

Mantova non ha conquistato soltanto la mia amica Betta. Dicono che Leonardo da Vinci venisse apposta qui per ammirare i colori dei tramonti. Una gita in battello sul Mincio, il fiume che bagna la città, permette di vedere il rosso, il giallo, l’azzurro, il rosa e il verde confondersi in un silenzio interrotto solo dai fruscii degli uccelli fra le canne. Da luglio fino ai primi di settembre, poi, dalla barca si ammira quello spettacolo unico che è la fioritura dei fiori di loto. Li portò a Mantova dalla Cina una studentessa di scienze naturali circa un secolo fa, dopo averli ricevuti in dono da un gruppo di missionari. Non sapeva che si trattasse di una pianta infestante e così il lago, ogni estate, si trasforma in un tappeto rosa profumato, su cui volano aironi bianchi e rossi, cormorani e marangoni. Sul battello si può portare la bicicletta, per poi scendere e proseguire fra le anse del Parco del Mincio alla scoperta di colline, boschi, borghi antichi, percorrendo la più lunga (280 km) e bella pista ciclabile d’Italia, la ciclovia dell’Oglio. Una volta in città, la prima tappa non può che essere il maestoso Palazzo ducale.

UNA FAVOLA TUTTA VERA

Quando Betta era piccola, suo padre le leggeva un libro di Gianni Rodari intitolato I nani di Mantova, che narrava di un favoloso palazzo con 500 stanze. “Di solito un bambino, quando cresce, deve imparare che la realtà non è quella delle favole,” mi dice Betta ridendo. “Invece, nel caso di Mantova, non solo il palazzo con più di 500 stanze esiste, ma esiste anche l’appartamento dei nani, ideato da Andrea Mantegna alla fine del Quattrocento e fatto di tante piccole stanze collegate fra loro”. Si è pensato a lungo che fosse l’alloggio dei nani di corte, ma si è scoperto poi che era la riproduzione in dimensioni ridotte della Scala Santa che si trova in Piazza San Giovanni a Roma. Insomma, una città dentro la città, questo è il Palazzo ducale, dal 1308 residenza dei signori di Mantova: i Bonacolsi prima, poi i Gonzaga e infine gli Asburgo. E ogni signore, marchese o duca della famiglia ha aggiunto un’ala tutta per sé, affidandone i lavori ai più grandi artisti della sua epoca. Così il complesso di Palazzo ducale oggi ha un’estensione di 35.000 mq, l’equivalente di cinque campi da calcio, ed è una delle più estese regge d’Europa. Vi si possono trascorrere giornate intere senza riuscire a scoprirlo tutto. “Quando i miei figli erano piccoli, – racconta Betta, – era un piacere portarli a visitare i saloni affrescati. Nel Castello di San Giorgio, all’interno della cittadella, alla metà del Quattrocento il pittore Andrea Mantegna si è divertito a giocare con le figure. Noi organizzavamo una caccia al tesoro per trovare gli animali dipinti negli affreschi: pavoni, cani, cavalli, tortore, aquile, cervi. C’è persino il cammello dei Re Magi”. Nel torrione del castello poi, c’è la meravigliosa Camera degli sposi, che non era, come molti credono, la stanza che ospitava il letto nuziale, ma lo studio in cui il marchese Ludovico II Gonzaga riceveva gli ambasciatori. In questa stanza Mantegna si è proprio sbizzarrito: ha aperto spazi per farla sembrare più grande, creando effetti come il famoso oculo, un’apertura circolare sul soffitto da cui alcune figure – persone, putti e persino un pavone – si affacciano e guardano in basso. Bello anche il ritratto della famiglia Gonzaga intenta a fare colazione. Si vede Ludovico ancora in pantofole e c’è anche Diamantina, una nana un po’ goffa vestita con un abitino da bambola. “Il mio salone preferito, – ricorda Betta, – è però la Sala dello zodiaco che si trova nella bella Corte vecchia. Fu dipinta nel 1580 da Lorenzo Costa il Giovane e rappresenta i segni zodiacali su uno sfondo azzurro lapislazzuli molto intenso. È un padiglione a volta di quasi 100 mq e guardarlo con il naso all’insù fa girare la testa. È stata anche la sala preferita di Napoleone Bonaparte che, dopo averla fatta restaurare, l’aveva eletta a sua stanza da letto”. Nel Palazzo ducale, tra le cose preferite di Betta c’è anche il monumento funebre di Alda d’Este, la moglie di Ludovico I Gonzaga. Scolpito nel 1381 da Bonino da Campione, raffigura la defunta adagiata su cuscini ricamati e vestita con abiti preziosi minuziosamente decorati. “Trovo struggente la statua, piccola e perfetta. Non so perché, forse perché è tanto antica, ma sembra così moderna”.

E ALTRE BELLEZZE

Il Palazzo ducale, per quanto imponente e impressionante, non è che una fra le tante bellezze di una città che non si finisce mai di scoprire. Il cuore antico è Piazza Sordello, su cui, oltre al Palazzo ducale, si affacciano il Duomo e la casa di Rigoletto, il famoso personaggio dell’omonima opera di Giuseppe Verdi. In realtà si tratta della canonica del Duomo, ma nel 1851 venne scelta come modello per la scenografia dell’opera di Verdi. Poco lontano, Piazza delle Erbe il giovedì ospita un colorito mercato. Qui si trovano alcuni degli edifici più importanti di Mantova, come il Palazzo del Podestà e la suggestiva Rotonda di San Lorenzo (XI secolo), una delle chiese più antiche della città. Muovendosi in direzione del fiume, in fondo a Via Accademia ci si imbatte in un’altra piccola perla: il Teatro scientifico Bibiena, capolavoro del Barocco. Nel 1770, pochi mesi dopo la sua inaugurazione, vi si esibì un giovanissimo Wolfgang Amadeus Mozart. Pare che il padre Leopold quel giorno abbia esclamato: “Mai vista sala più bella!” Infine, bellezza tra le bellezze, in un abbraccio di perfezione e armonia ecco il Palazzo Te, la magnifica villa del XVI secolo che Federico II Gonzaga fece costruire per trascorrervi i momenti di riposo. I lavori furono affidati a Giulio Romano, che ne fece uno dei suoi capolavori. L’interno è un susseguirsi di saloni in cui l’artista ha voluto rappresentare le Metamorfosi di Ovidio. Fra le sale più belle ci sono quella di Amore e Psiche e il Salone dei giganti, una stanza speciale non solo per gli affreschi, davvero impressionanti. Qui bisogna fare molta attenzione a ciò che si dice, perché l’eco fa sì che un segreto bisbigliato all’orecchio di un amico venga distintamente ascoltato da chi si trova dal lato opposto della sala.